Un secco “no” al fotovoltaico in collina

Il Cittadino               16 ottobre 2010             Centro Lodigiano         pagina 36

La struttura si estenderà su 13 ettari sottratti alle coltivazioni: <<Non capiamo lo spirito di questa iniziativa>>

Un secco “no” al fotovoltaico in collina

Nel mirino delle associazioni c’è il parco di cascina San Bruno

San Colombano. Gli ambientalisti banini contro il fotovoltaico selvaggio che sta facendo scempio della campagna dietro la storica cascina San Bruno. A San Colombano la società Quotidia Srl di Codogno sta realizzando un grande intervento di parco fotovoltaico a terra: 13 ettari di ex terreni coltivati da cascina San Bruno sono trasformati in “coltivazioni” di elettricità, con sette lotti funzionali ciascuno dei quali con una capacità compresa tra i 700 e i 1000 kilowatt circa. In queste settimane il parco sta prendendo forma con tanto di pilastri d’appoggio, scavi, sbancamenti e il verde della campagna già cancellato: intervento ben visibile dalla strada che da Campagna conduce a Mariotto. «Sembra assurdo criticare un’attività a favore dell’energia pulita, ma proprio non riusciamo a capire lo spirito di questa iniziativa - spiega il presidente del gruppo ambientalista locale Picchio Verde Maurizio Papetti -. Ci sono tanti tetti, magari ancora con coperture in eternit da smaltire, che possono essere utilizzati per l’installazione di pannelli fotovoltaici, soprattutto sulle cascine, compresa cascina San Bruno, e invece si va a fare consumo del suolo. In nome dell’ambiente si vanno a fare danni all’ambiente, e questo è due volte sbagliato». Oltre al problema del consumo del suolo e dell’impatto visivo che il parco avrà, ce ne è poi un altro riguardo possibili eredità tra 25 anni. La convenzione stipulata anche dal comune di San Colombano, che riceverà energia e soldi freschi grazie al saldo tra elettricità immessa in rete e consumata, prevede che tra 25 anni il gestore ripulisca il terreno e lo restituisca nelle condizioni in cui era in precedenza. Ma a parte il fatto che dopo 25 anni di sterilità e diserbanti coltivazioni e verde non avranno vita facile, rimane il dubbio su chi ci sarà tra 25 anni a compiere il lavoro di ripristino. «Non vorremmo che tra cessioni di aziende, rischi fallimento e altri cavilli amministrativi, alla fine la bonifica dell’area dal materiale utilizzato rimanga a carico della collettività», conclude Papetti.E i dubbi del Picchio Verde sono gli stessi già espressi dal circolo banino Il Quadrifoglio di Legambiente in una lettera pubblica. «A conti fatti, i cittadini di San Colombano hanno tutto da perdere in termini di salute e qualità della vita - si legge nel lungo e argomentato testo -. Inquinamento da diserbanti, aumento del processo di desertificazione del territorio, perdita irreversibile della tipicità del territorio banino, riduzione dei suoli agricoli, cementificazione e industrializzazione dei territori destinati all’agricoltura e all’allevamento, perdita di bellezze storico-paesaggistiche con grave danno per le future attività turistiche, inquinamento delle falde, dispersioni e scariche elettriche». Andrea Bagatta